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Forse il marketing migliore comincia quando smettiamo di chiedere attenzione.

Immagine del redattore: Francesco Agostino
Francesco Agostino
28 set
Tempo di lettura: 2 min

Ogni giorno qualcuno ci suggerisce di essere più presenti. Pubblicare di più. Scrivere più newsletter. Fare più video. Presidiare più piattaforme. Aumentare la frequenza.

La logica sembra inevitabile: se l'attenzione è scarsa, dobbiamo conquistarne una quota maggiore. Ma proprio perché tutti stanno facendo la stessa cosa, vale la pena formulare la domanda opposta: e se il marketing migliore cominciasse quando smettiamo di chiedere continuamente attenzione?

Contromarketing: meno rumore, più significato e una posizione riconoscibile

L'attenzione non è una risorsa gratuita

Ogni contenuto chiede qualcosa al destinatario: fermarsi, leggere, ascoltare, interpretare, ricordare. Anche quando non chiediamo denaro stiamo chiedendo tempo cognitivo.

Il problema nasce quando la richiesta di attenzione diventa più frequente del valore che siamo in grado di restituire. A quel punto la presenza non costruisce familiarità. Costruisce rumore.

La pressione non è una posizione

Possiamo essere visibili senza essere riconoscibili. Possiamo comparire ogni giorno nel feed di qualcuno senza occupare una sola idea precisa nella sua mente.

La frequenza può aumentare il ricordo del nome. Non risolve automaticamente la domanda più importante: per quale ragione dovrei pensare proprio a te quando arriva un determinato problema?

Il contromarketing non significa sparire

Smettere di chiedere attenzione non significa smettere di comunicare. Significa trattare l'attenzione del pubblico come qualcosa che va meritato, non semplicemente intercettato.

Può voler dire pubblicare meno ma avere qualcosa da dire. Rinunciare a un canale che non aggiunge significato. Non trasformare ogni avvenimento in un contenuto. Non inseguire una tendenza soltanto perché tutti ne parlano.

Anche l'assenza comunica

In un mercato in cui tutti dichiarano di essere disponibili sempre, rispondere immediatamente, produrre continuamente e presidiare ogni spazio, la selettività può diventare un segnale.

Non perché l'assenza sia automaticamente prestigiosa. Sarebbe soltanto un'altra tecnica. Ma perché scegliere dove esserci e dove no rende visibile un criterio.

Il problema non è il volume. È la sostituibilità

Se ciò che diciamo potrebbe essere pubblicato domani da dieci concorrenti cambiando soltanto il logo, aumentare la frequenza moltiplica un messaggio intercambiabile.

Prima di produrre il contenuto successivo potremmo quindi chiederci: se non lo pubblicassimo, che cosa perderebbe davvero il lettore? Se la risposta è nulla, forse il problema non è l'algoritmo.

Una posizione permette di parlare meno

Quando una persona sa con chiarezza per quale problema associarci, non abbiamo bisogno di ricordarle ogni giorno che esistiamo. La posizione lavora anche mentre siamo silenziosi.

Questo non elimina marketing, comunicazione o pubblicità. Li rende conseguenze di una scelta precedente, invece di usarli per compensare l'assenza di quella scelta.

Se tutti chiedono attenzione, anche non chiederla può diventare un segnale. Ma soltanto quando dietro il silenzio c'è qualcosa di preciso da ricordare.

 
 
 

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