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L'intelligenza artificiale non elimina il professionista. Elimina una parte delle ragioni per pagarlo.

Immagine del redattore: Francesco Agostino
Francesco Agostino
8 set
Tempo di lettura: 3 min

Per anni abbiamo discusso di tecnologia usando sempre la stessa domanda.

Quali lavori scompariranno?

Ora la domanda è tornata con l'intelligenza artificiale.

Scompariranno gli avvocati? I commercialisti? I consulenti? I grafici? I programmatori? I copywriter?

Credo sia la domanda sbagliata.

Non perché l'intelligenza artificiale non cambierà profondamente il lavoro professionale. Proprio perché lo farà.

La trasformazione più interessante potrebbe avvenire molto prima della scomparsa di una professione.

Potrebbe scomparire una parte delle ragioni per cui il cliente era disposto a pagare quel professionista.
L’intelligenza artificiale non elimina il professionista: visual PK01

Il cliente non compra una professione

Un cliente non compra “un avvocato”. Compra qualcosa che fino a ieri richiedeva un avvocato.

Non compra “un consulente”. Compra un'analisi, un'interpretazione, una soluzione, una decisione, una rassicurazione o l'assunzione di una responsabilità.

Non compra “un copywriter”. Compra parole capaci di svolgere una funzione.

Finché per ottenere quelle cose era necessario passare attraverso un professionista, professione e prestazione sembravano quasi coincidere. Ora quella coincidenza comincia a rompersi.

Una persona può produrre una prima analisi senza chiamare un consulente. Può ottenere una bozza senza incaricare qualcuno di scriverla. Può interrogare documenti, confrontare alternative, costruire una presentazione, produrre immagini, scrivere codice, elaborare ipotesi.

Che il risultato sia sempre sufficiente è un’altra questione.

Il cliente può arrivare dal professionista avendo già ottenuto gratuitamente, o quasi, una parte di ciò che prima comprava da lui.

Il problema non è quanto è intelligente l'AI

Da qui nasce una reazione comprensibile: dimostrare che il professionista è migliore.

Ha esperienza. Conosce il contesto. Sa distinguere le eccezioni. Possiede competenze che una macchina non possiede.

Tutto vero. Ma rischia di essere una risposta alla domanda sbagliata.

Il mercato non deve stabilire chi sia più intelligente tra il professionista e l’intelligenza artificiale. Deve stabilire per cosa vale ancora la pena pagare il professionista.

Una tecnologia non deve necessariamente fare il tuo lavoro meglio di te per modificare il valore economico del tuo lavoro. Le basta rendere abbastanza accessibile una parte di ciò che facevi.

La competenza può restare. Il suo prezzo può cambiare.

Un professionista può continuare a essere competente esattamente quanto ieri. Può persino diventarlo di più. E contemporaneamente vedere diminuire il valore attribuito dal mercato ad alcune delle sue prestazioni.

Non c’è contraddizione.

Il valore di mercato di una competenza non dipende soltanto dalla sua qualità. Dipende anche dalla scarsità dell’accesso a ciò che quella competenza produce.

Se qualcosa che richiedeva ore di lavoro specialistico diventa disponibile in pochi minuti, non significa necessariamente che il risultato sia identico. Significa però che la soglia sotto la quale il cliente non aveva alternative si è spostata.

Difendere il mestiere oppure capire cosa rimane?

Davanti a questa trasformazione possiamo tentare di proteggere ogni attività che storicamente apparteneva alla professione. Oppure possiamo fare una domanda più scomoda.

Che cosa rimane realmente difficile da sostituire?

La responsabilità? Il giudizio? La capacità di capire quale problema debba essere affrontato prima? L’esperienza? La fiducia? La capacità di assumere una posizione quando le alternative sono tutte imperfette? La relazione? Il rischio che il professionista accetta di condividere con il cliente?

Non esiste una risposta uguale per tutte le professioni. Ed è precisamente questo il punto.

L'intelligenza artificiale è anche uno stress test della posizione

Per molto tempo un professionista ha potuto descriversi attraverso ciò che faceva: scrivo, analizzo, progetto, creo strategie, produco contenuti, fornisco informazioni.

Oggi molte di queste frasi descrivono attività che una persona può almeno tentare di svolgere direttamente con una macchina.

Questo non rende inutile il professionista. Rende insufficiente la descrizione.

Il problema non è chiedersi se l'AI sappia fare il tuo lavoro. È chiedersi quale parte del tuo lavoro il cliente non abbia più bisogno di comprare da te.

Forse è qui che comincia il nuovo Proletariato Professionale

Il rischio non riguarda soltanto chi perderà il lavoro. Riguarda anche chi continuerà a lavorare ma avrà sempre meno potere nel determinare il valore economico delle proprie prestazioni.

Può produrre di più grazie alla tecnologia e contemporaneamente diventare più sostituibile. Può essere più efficiente e meno necessario.

Efficienza e posizione non sono la stessa cosa.

La domanda utile viene prima dell'AI

Non credo quindi che ogni professionista debba chiedersi soltanto: “Come posso usare l’intelligenza artificiale?”

Prima ne esiste un’altra:

Quando il mio cliente avrà accesso agli stessi strumenti che utilizzo io, perché continuerà ad avere bisogno proprio di me?

La risposta interessante è ciò che rimane dopo lo strumento. È lì che probabilmente si trova la parte futura della professione. Ed è lì che, oggi, comincerei a cercare la posizione.

 
 
 

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