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Il reddito medio degli avvocati cresce. Ma il 61,7% resta sotto i 35.000 euro.

Immagine del redattore: Francesco Agostino
Francesco Agostino
2 set
Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 22 ore fa

Distribuzione piramidale dei redditi e polarizzazione economica nella professione forense

Il Rapporto sull'Avvocatura 2026 racconta contemporaneamente una ripresa e una forte polarizzazione. È proprio nella distanza tra queste due fotografie che dovremmo guardare.


Il reddito medio degli avvocati italiani è cresciuto.


È una buona notizia.


Ma la media racconta soltanto una parte della storia.


Il X Rapporto sull'Avvocatura 2026 di Censis e Cassa Forense fotografa una struttura molto particolare.


Il reddito medio degli iscritti non pensionati nel 2024 è indicato in 51.212 euro, con una crescita nominale del 9,1%.


Contemporaneamente, il 61,7% delle dichiarazioni pervenute si colloca sotto i 35.000 euro.


All'estremo opposto, il 7,9% supera 121.900 euro.


Le due informazioni non si contraddicono.


Ed è proprio questo il punto.


Una professione può crescere e polarizzarsi contemporaneamente


Quando utilizziamo il reddito medio per raccontare una categoria professionale rischiamo di trasformare una distribuzione in un individuo immaginario.


L'“avvocato medio” guadagna 51 mila euro.


Ma quell'avvocato non esiste necessariamente.


Esistono invece centinaia di migliaia di professionisti distribuiti lungo una curva molto ampia.


Il Rapporto stesso definisce la struttura reddituale dell'Avvocatura piramidale.


Questo cambia la domanda.


Non basta più chiedersi:


quanto guadagnano gli avvocati?


Bisogna chiedersi:


come viene distribuita la capacità di produrre reddito all'interno della professione?


Il problema non è soltanto il reddito


Quando parlo di Proletariato Professionale, non intendo semplicemente “professionisti che guadagnano poco”.


Sarebbe una definizione troppo facile.


Un professionista può attraversare un anno economicamente difficile mantenendo controllo sul proprio prezzo, sui clienti, sulla relazione e sulle condizioni nelle quali lavora.


E un altro può fatturare molto di più avendo progressivamente ceduto proprio quel controllo.


La questione è quindi più profonda:


chi controlla le condizioni economiche del lavoro professionale?


Il reddito è una conseguenza importante.


Non è l'unica variabile.


Anche le professioni stanno cambiando struttura


Il Rapporto 2026 offre un altro segnale interessante.


Il 66,2% degli avvocati italiani continua a lavorare individualmente, ma tra gli under 40 la percentuale scende al 42,4%.


Non significa automaticamente precarizzazione.


Può significare esattamente il contrario: organizzazione, specializzazione, collaborazione, costruzione di strutture più competitive.


Ma segnala che il modello tradizionale del professionista individuale sta cambiando.


E mentre cambia la forma dello studio, cambiano contemporaneamente tecnologia, accesso al cliente, aggregatori, intermediari e capacità negoziale.


È qui che il tema del Proletariato Professionale diventa interessante.


Non come slogan pessimista.


Come domanda economica.


La domanda che manca nelle statistiche


Possiamo misurare il reddito.


Possiamo misurare il fatturato.


Possiamo misurare quanti professionisti entrano e quanti escono da un Ordine.


Sono dati fondamentali.


Ma manca ancora una misura altrettanto importante:


quanto controllo conserva il professionista sul proprio mercato?


Può scegliere il prezzo?


Possiede realmente la relazione con il cliente?


Può rifiutare condizioni economicamente sfavorevoli?


È sostituibile principalmente sulla base del prezzo?


Dipende da un intermediario per una quota decisiva della domanda?


La sua reputazione appartiene a lui oppure alla piattaforma attraverso la quale viene trovato?


Sono domande diverse dal reddito.


E potrebbero spiegare una parte di ciò che il reddito, da solo, non riesce a raccontare.


Perché una professione può diventare complessivamente più ricca mentre una parte dei suoi componenti diventa economicamente meno libera.


È questo il fenomeno che vale la pena cominciare a misurare.

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