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Quasi 700.000 professionisti stanno per cambiare regole. Ma essere riconosciuti dalla legge non significa avere potere sul mercato.

Immagine del redattore: Francesco Agostino
Francesco Agostino
30 set
Tempo di lettura: 2 min
Professioni ordinistiche, riforma e potere economico del professionista

Quindici professioni ordinistiche.

Quasi 700.000 professionisti.

La delega per la riforma degli ordinamenti professionali, approvata dal Senato il 3 agosto, è ora all'esame della Camera.

Il 30 settembre ProfessionItaliane è attesa in audizione in Commissione Giustizia.

È quindi un buon momento per fare una distinzione.

Avere una posizione riconosciuta dall'ordinamento non significa necessariamente avere una posizione forte sul mercato.

La legge può definire chi sei

Un ordine professionale può stabilire requisiti.

Accesso.

Formazione.

Deontologia.

Competenze.

Responsabilità.

In alcuni casi attività riservate.

Tutto questo ha un valore enorme.

Ma non stabilisce automaticamente:

quanto puoi chiedere;

quali clienti puoi scegliere;

quanto sei sostituibile;

quante ore devi vendere;

quanto dipende da te il reddito dello studio.

Sono variabili diverse.

Due professionisti con lo stesso titolo possono avere libertà opposte

Prendiamo due professionisti iscritti allo stesso albo.

Stesso titolo.

Stesse regole.

Stessa possibilità formale di esercitare.

Il primo accetta quasi qualunque incarico.

Compete sul prezzo.

Lavora molte ore.

Dipende da pochi clienti.

Non può permettersi di dire no.

Il secondo viene cercato per una ragione precisa.

Seleziona gli incarichi.

Ha margine sul prezzo.

Può rifiutare.

Giuridicamente occupano la stessa professione. Economicamente no.

È qui che compare il Proletariato Professionale

Non è una categoria reddituale.

E non significa “professionista povero”.

Descrive piuttosto una contraddizione.

Possedere competenze elevate, responsabilità elevate e magari anche un titolo protetto, ma conservare poco controllo sulle condizioni economiche del proprio lavoro.

Il professionista può essere formalmente autonomo e sostanzialmente dipendente dal prossimo incarico.

Può avere prestigio e poco margine.

Può fatturare molto e non riuscire a fermarsi.

Una riforma può cambiare le regole. Non può costruire la posizione del singolo.

Il legislatore può modernizzare ordinamenti.

Ridefinire competenze.

Aggiornare strutture.

Rafforzare tutele.

Sono questioni importanti.

Ma nessuna legge può decidere perché un cliente dovrebbe scegliere quel professionista invece di un altro.

Né può costruire al suo posto:

un metodo;

una reputazione;

una specializzazione riconoscibile;

una base clienti equilibrata;

un'organizzazione meno dipendente dalla singola ora venduta.

La vera autonomia si misura anche nella possibilità di dire no

Forse una misura utile della condizione professionale è molto semplice:

quante volte posso dire no senza mettere in pericolo il mio equilibrio economico?

No a un cliente.

No a un prezzo.

No a un incarico sbagliato.

No a un'urgenza artificiale.

No a un lavoro che non appartiene alla posizione che voglio costruire.

La riforma di quasi 700.000 professionisti merita attenzione.

Ma accanto alla domanda su quali regole debbano governare le professioni ne esiste un'altra.

Quanto potere possiede davvero il professionista sul proprio lavoro?

È lì che comincia la differenza tra esercitare una professione e possedere una posizione professionale.

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