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I commercialisti guadagnano di più. Ma le nuove iscrizioni sono diminuite del 27,3%.

Immagine del redattore: Francesco Agostino
Francesco Agostino
9 set
Tempo di lettura: 3 min
Commercialisti tra crescita del reddito, nuove iscrizioni e trasformazione della professione.

Il Rapporto 2026 sulla professione racconta una categoria economicamente più forte e contemporaneamente meno capace di alimentare i propri ingressi. Non è una contraddizione. È probabilmente un cambiamento strutturale.

Il reddito medio dei commercialisti italiani nel 2025 ha raggiunto 87.376 euro.

È aumentato dell’8,3% in un anno.

Al netto dell’inflazione, la crescita reale è stata del 7,3%, riportando per la prima volta la categoria sopra i livelli reddituali del 2007.

Una fotografia decisamente positiva.

Ma nello stesso Rapporto compare un altro numero.

Le nuove iscrizioni all’Albo sono diminuite del 27,3%.

Gli iscritti complessivi sono scesi dello 0,8%, a 119.050.

Contemporaneamente le Società tra Professionisti sono aumentate del 9,2% e i praticanti del 4,2%.

Non è una professione semplicemente in crescita.

Non è neppure una professione semplicemente in crisi.

È una professione che sta cambiando forma.

Guadagnare di più non significa necessariamente diventare più attrattivi

Siamo abituati a utilizzare il reddito come principale indicatore dello stato di salute di una professione.

È comprensibile.

Ma non basta.

Una categoria può produrre più reddito e contemporaneamente diventare meno accessibile, meno desiderabile o più difficile da affrontare individualmente.

Il dato sulle nuove iscrizioni pone esattamente questa domanda.

Se i redditi crescono così sensibilmente, perché l’ingresso nella professione non cresce insieme a loro?

Il Rapporto non autorizza una risposta unica.

E sarebbe scorretto inventarla.

Ma autorizza la domanda.

Sta cambiando anche l’unità economica della professione

C’è un altro dato da osservare.

Le Società tra Professionisti continuano a crescere.

Non significa che lo studio individuale sia destinato a scomparire.

Significa però che organizzazione, tecnologia, multidisciplinarietà e capacità di investimento stanno diventando variabili sempre più importanti.

Questo modifica il terreno competitivo.

Il professionista non compete più soltanto con un altro professionista.

Può competere con strutture organizzate, reti, società, piattaforme, automazioni e servizi progressivamente standardizzati.

È qui che compare il Proletariato Professionale

Il Proletariato Professionale non è la categoria dei professionisti poveri.

E il dato sui commercialisti lo dimostra bene.

Il reddito può crescere mentre cambia la distribuzione del potere economico dentro una professione.

La domanda diventa allora: quanto controllo conserva il singolo professionista sulle condizioni nelle quali produce quel reddito?

Controlla il prezzo?

Controlla il rapporto con il cliente?

Possiede la propria reputazione?

Può scegliere come organizzare il lavoro?

Può investire abbastanza per restare competitivo?

Oppure una quota crescente del vantaggio deriva dalla dimensione della struttura nella quale opera?

I praticanti aumentano, le nuove iscrizioni crollano

Anche questo merita attenzione.

I praticanti sono aumentati del 4,2%, arrivando a 11.507.

È un segnale positivo.

Ma non cancella la riduzione delle nuove iscrizioni.

Al contrario, rende ancora più interessante osservare cosa accadrà nel passaggio tra formazione, accesso e permanenza nella professione.

Il punto non è dichiarare una crisi che i numeri non dimostrano.

È evitare l’errore opposto: considerare la crescita del reddito medio come prova sufficiente che tutto il sistema professionale stia diventando più forte.

Forse dobbiamo misurare un’altra cosa

Reddito. Numero di iscritti. Età. Genere. Praticanti.

Sono indicatori fondamentali.

Ma per comprendere davvero l’evoluzione delle professioni ne manca almeno uno: la capacità del singolo professionista di controllare economicamente il proprio lavoro.

Potremmo scoprire che alcune professioni diventano più produttive proprio mentre diventano più organizzate, concentrate e selettive.

E allora il problema del Proletariato Professionale non sarebbe semplicemente: “Quanto guadagna un professionista?”

Diventerebbe: “Quanto del proprio mercato riesce ancora a governare?”

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